Ultimo aggiornamento: 01.09.10 ore 19.35
 
 


Balmorhea
Paesaggi di classica contemporanea e sentieri folk da percorrere col cuore in mano
All is wild, all is silent (Western Vinyl / 5ive Roses – 2009)

La distesa di “Settler”, con il pianoforte ad introdurre una piccola orchestra di sei elementi, e la batteria, e gli archi, e poi quell’etereo flusso vocale a placare gli strumenti prima che le corde della chitarra riprendano a vibrare e l’archetto del violino a zigzagare e le mani tutte insieme a battere in un arcano rituale festoso. Si apre con questa autentica perla “All is wild, all is silent”, secondo disco dei texani Balmorhea, come dei Rachel’s cresciuti sotto il sole di Austin anziché nel ventoso nord-est americano.
I due minuti di “March 4, 1831” non sono niente più che un intermezzo di collegamento per condurci entro il cupo antro di “Harm and boon”, dove, una volta superato un cunicolo tappezzato da drones e impalpabili note d’archi, si apre improvvisamente una valle luminosa attraversata in lungo e in largo da ampi sentieri folk da percorrere con il banjo a tracolla ed il cuore in mano; “Elegy” raccoglie profumi agresti in una fragile ampolla, “Remembrance” è un balletto raveliano conservato in ovatta post-rock, “Cohauila” disegna un cielo invaso da biancori dream-pop, “Night in the draw” filma l’intimità di un musicista di classica contemporanea che sveste l’abito accademico per indossare i panni country dei giorni qualunque, “Truth” è romantico e catartico racconto pianistico prima del commiato di “November 1, 1832”. Incantevole.

Guido Gambacorta


Link correlato: www.balmorheamusic.com


 
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