Ultimo aggiornamento: 01.09.10 ore 19.35
 
 


Ciccone
Un debutto della madonna
Eversholt Street (Human Recording/Cargo, 2004)

Non lasciatevi ingannare. In effetti, dalla super-sexy-lady Louise Maria Veronica, questo irriverente trio londinese non hanno preso niente, se non (appunto) il cognome da signorina. Perdonatemi anche l’ingannevole titolino, ma è stato come un invito a nozze… Dicevamo, quindi, di questi tre ragazzi di Londra, evidentemente cresciuti a pane e Clash, che giocano ad essere gli eredi della scena british degli anni ottanta.
E’ un album tutto sommato piacevole, che ti squote appena lo inserisci nel lettore, con l’apripista “Flagellate”, l’ideale per far scaldare l’atmosfera con il suo ritmo incalzante e le chitarre che sembrano davvero frustarti. Poi via, il giro di giostra continua, ed inizia a girare più dolcemente, ma sempre più in alto, con il bellissimo e divertentissimo “Look at you now”, che grazie alla grazia della voce di Rebekah Delgado appare davvero come la vera perla dell’album. Dopo questo, gli altri pezzi sembrano piccoli tributi a tutto ciò che li hanno fatti crescere, piacevoli chicchine che fanno ritornare alla mente la grande stagione british degli anni settanta, come “My summer never comes”, così sfacciatamente Smith da far scendere la lacrimuccia. E volendo di paragoni e similitudini, potremmo trovarne a bizzeffe, si potrebbero tranquillamente citare i Velvet Underground come i Blondie o i Pixies. In effetti, è palese quante influenze i Ciccone abbiano riversato in questa loro prima opera. E’come se avessero preso la storia del british rock e ne avessero voluto fare un bignami. E forse è proprio questo perfetto mix tra le origini del punk rock ed il pop elettrico e scanzonato dei giorni nostri che rendono questo “Eversholt street” un debutto veramente emozionante, pieno di ottime prospettive.
La dolcezza di canzoni come “Last breath” o “There is a light”, con la loro morbida atmosfera di abbandono (ideali per chiedere un album), ti sanno prendere e colpire allo stesso modo di brani potenti ed ammalianti come “Boy, oh boy” e “If friday falls through”. Ammirevole è anche “Oh Eversholt” che con la voce sbilenca e la chitarra malinconica di Micky Strickson sembra essere uscita direttamente da un ballo scolastico dell’america degli anni sessanta.
Un album che non riesce a stancare, quindi, forse proprio grazie al suo saper essere variegato ed assolutamente mai scontato.
L’unico vero peccato per gli amanti del british rock, è il non poterlo reperire facilmente, visto che (ancora) una vera e propria distribuzione in Italia non c’è. Quindi, aficionados, state all’erta, e ricordate, che se ci tenete tanto ad averlo (e vi giuro che ne vale la pena), le vie del web sono infinite!

Samuele Formiconi

Link correlato: www.ciccone.co.uk


 
ARCHIVIO ASCOLTI
 
 
 
© 2008 comunicazioneinterna.it | powered by nitro