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AA.VV.
19 modi per dire Wire
A houseguest’s wish : translations of Wire’s ‘Outdoor miner’
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C’è di che discutere sull’utilità di molte covers - a volte solo pedisseque riproposizioni del pezzo originario, altre volte stravolgimenti senza cuore dell’idea di partenza - così come c’è da domandarsi perché gli scaffali dei negozi di dischi debbano essere occupati da tribute albums troppo spesso figli di mere operazioni di marketing, con le firme più o meno famose dei partecipanti esibite in copertina senza che al di sotto ci sia un reale coinvolgimento intorno ad un progetto comune. Quando poi ci troviamo di fronte ad un disco che va ad omaggiare una singola canzone e non l’intera carriera di un artista o di una band, le perplessità, o quanto meno la necessità di ricorrere al tasto skip del lettore cd per fare selezione nella tracklist, aumentano esponenzialmente.
“A houseguest’s wish”, sottotitolo “translations of Wire’s ‘Outdoor miner’”, è per l’appunto una raccolta tributo che comprende ben 19 covers di “Outdoor miner”, pezzo dei Wire dall’innegabile aroma popadelico apparso originariamente su “Chairs missing” nel settembre 1978 e poi ripubblicato con sembianze un po’ diverse in un 7” del gennaio 1979.
Mi è bastato un solo sommario ascolto per spazzare via il mio ostracismo nei confronti di operazioni del genere: frutto di un appassionato lavoro durato due anni, questa compilation risulta godibilissima dall’inizio alla fine e la qualità delle singole esecuzioni, buona quando non ottima (vedi l’inaspettata lettura acustica dell’ex Swervedriver Adam Franklin e l’ispirazione folk di Sharron Kraus), mi spinge a consigliare l’acquisto del disco a tutti gli amanti dei Wire e non solo….
I nomi di prestigio sono quelli di Lush e Flying Saucer Attack, dei quali vengono riproposte due versioni datate rispettivamente 1991 e 1995, mentre a fare gli onori di casa Words on Music sono i Fiel Garvie e i The Meeting Places, fedeli i primi al loro avvolgente dream-pop e i secondi alla loro inclinazione shoegazer.
Il grosso merito di “A houseguest’s wish” è senz’altro quello di offrire spazio a contributi inediti opera di “artisti minori” (e qui da noi per lo più sconosciuti) per niente imbarazzati di fronte alla materia trattata ma anzi assolutamente a proprio agio nel dare libero sfogo alla propria personalità. Il risultato complessivo, per certi versi sorprendente, è quello di star ascoltando 19 canzoni nuove di zecca con una loro autonoma storia alle spalle, piuttosto che una serie di 19 riletture di una stessa canzone. Tra i tanti, vorrei segnalare i contributi degli spagnoli Polar, con la loro “Outdoor miner” tutta costruita intorno al suono di farfisa; degli Should, che con basso, chitarra, clarinetto, percussioni e glitches elettronici inventano una versione strumentale davvero pregevole; e soprattutto degli Above the orange trees, autori di una vibrante interpretazione dalla vena malinconica.
Ad uscirne potenziato è il culto dei Wire: “A houseguest’s wish” testimonia splendidamente come col passare degli anni il verbo della band di Colin Newman continui ad essere assimilato da musicisti di estrazione diversa per poi essere declinato nelle forme più varie, dal punk battagliero al folk più minimale.
Guido Gambacorta
Link correlato: www.words-on-music.com
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