Ultimo aggiornamento: 04.09.10 ore 19.18
 
 


Devendra Banhart
Folk (post) moderno
Rejoicing in the hands (XL Recordings/Self - 2004)

Aveva visto lungo Michael Gira, quando qualche anno fa decise di produrre per la sua "Young God", senza alcuna remora e senza pensarci su due volte, un CD completamente "fattoincasa" contenente una serie di canzoni improbabili ed "indefinite" registrate in maniera a dir poco amatoriale. Il CD era stato posto all’attenzione di Mr.Gira stesso, da un "giovane ragazzo americano", quasi per gioco e senza grosse aspettative. Quel "giovane ragazzo americano" era Devendra Banhart. Origine texane, nome indiano, fresco diplomato all’isitituto d’arte, chitarrista autoditatta amante del folk delle origini. Il disco che fece tanto clamore soprattutto nel circuito "Gira and friends" portava un nome lunghissimo, che per ovvi motivi pratici venne troncato in "Oh me Oh my". In quel disco Michael Gira aveva trovato un tesoro, aveva scoperto tutta la classe ed il talento del giovane Banhart. Non importava se il sound di quelle session homemade gracchiasse, se la voce di Devendra a tratti sembrava non farcela più, e se il tutto non era "nient’altro" che una serie di brevi canzonicine chitarra e voce. Aveva visto lungo Mr. Gira e questo nuovo ed attesissimo "Rejoicing in the hands", da pienamente ragione alla sua figura "extra": quella del talent-scout. Un disco entusiasmante, maturo, maggiormente curato e strutturato per dare più risalto alla forma canzone. Che Devendra Banhart fosse cresciuto ulteriormente proprio sulla scia dell’esordio "Oh me Oh my" lo confermava già l’uscita di "The Black Babies" (disco del 2003 uscito solo per il mercato britannico) in cui Devendra appariva più maturo sia dal punto di vista vocale sia per ciò che concerne la stesura dei brani. Ma è in quest’ultimo "Rejoicing in the hands", che Devendra Banhart si supera letteralmente, dando vita ad un piccolo capolavoro cantautorale che partendo dalle radici del folk americano, lo assimila, lo spoglia di ogni regola, e lo porta a spasso nel futuro. Nascono così canzoni incredibili, senza tempo, senza spazio, cupe e solari, ruvide e delicate allo stesso tempo. L’iniziale "This is the way" è il classico "benvenuto" nel mondo fiabesco di Devendra. "A sight to behold" incanta e porta la mente ad un wester morriconiano dai toni più oscuri possibili. "Poughkeepsie" si nutre degli stesse droghe di Syd Barret, così come "Tit smoking in the temple ..." della stessa solitudine che accompagnava Nick Drake. Profumi folk avvolgono le ritmiche di "See saw", mentre il coro a-là "bad seeds" di "Fall" lascia pian piano spazio alla filastrocca stramba "Todo los dolores". Spruzzate di psichedelia le trame semi-elettriche di "When the sun shone on vetiver" che vien voglia di riascoltare subito da capo. Lo scrigno si chiude con "Autumn’s child", sopraffina, delicata e struggente. Sigillo perfetto per un disco perfetto. Quel "giovane ragazzo americano" è un genio. Aveva visto bene Michael Gira!

Nazario Graziano


Link correlato: www.younggodrecords.com


 
ARCHIVIO ASCOLTI
 
 
 
© 2008 comunicazioneinterna.it | powered by nitro